Perù (2008)

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SPEDIZIONE PERU’

INDAGINE SUI FENOMENI CONNESSI AI CAMBIAMENTI CLIMATICI E INDAGINE ARCHEOLOGICA SULLE TRACCE DEI GUERRIERI DELLE NUVOLE E DI ALTRI ENIGMI DEL PERU’

La spedizione è tornata in Italia il 13 di novembre, era partita a metà ottobre allo scopo di far luce sul mistero degli uomini bianchi presenti sulle Ande più di 1000 anni fa e scomparsi misteriosamente prima dell’arrivo degli spagnoli. La spedizione aveva anche il compito di analizzare da vicino il fenomeno dei cambiamenti climatici che da circa dieci anni sta sconvolgendo molte zone del Pacifico.
La spedizione era formata da naturalisti, cineoperatori professionisti e studiosi delle civiltà precolombiane.
Questi i componenti: Diego Gaddi, Gabriele La Malfa, Giorgio Meroni, Giovanni Radaelli, Massimiliano Calzia.
Dal punto di vista dei cambiamenti climatici si è potuto appurare che da circa 10 anni i fenomeni meteorologici sono diventati più estremi e devastanti. Due anni fa a Cusco una violenta grandinata, mai vista a ricordo umano, devastò coltivazioni e abitazioni fece diversi feriti tra uomini e animali. A differenza dell’Australia che a causa dei cambiamenti climatici soffre la siccità da 5 anni, il Perù ha visto invece aumentare le piogge e, quindi, ha subito molte alluvioni soprattutto a sud. Una buona notizia è che a causa dell’aumento della piovosità il lago Titicaca, che già 30 anni fa scendeva di 2 cm l’anno e si temeva per la sua riduzione come è accaduto per il lago D’Aral, ha invece invertito la tendenza ed ora sta recuperando le perdite del passato.
Interessantissima la parte archeologica che ha consentito alla spedizione di avere delle “chicche” inaspettate. Ad esempio Gabriele e Max sono riusciti ad intervistare lo scienziato peruviano Walter Alva (foto), lo scopritore delle tombe di Sipan e Sikan della civiltà Moche (200 d.C.), che per la loro importanza sono state paragonate alle tombe reali egiziane.
Allo scienziato è stato chiesto a che punto siano giunte le ricerche sul misterioso popolo delle nuvole, i Chachapoyas. L’archeologo, come tutti gli scienziati seri, non si è lasciato andare a soluzioni semplicistiche o al confine con la fantascienza, ma ha fatto capire che i bianchi sulle Ande rappresentano un fatto che in futuro farà riscrivere la storia dell’uomo. Si pensi che, alla datazione al carbonio 14, alcuni resti di questi uomini alti, dalla carnagione bianca e dai capelli rossi sono risultati vecchi di oltre 2000 anni.
A proposito di storie e di popoli enigmatici, la spedizione ha proseguito le indagini anche al sud del Perù nella zona di Nazca e di Paracas. In particolare ha indagato sui teschi dolicocefali della civiltà Paracas (700 a.C. – 100 d.C.). L’allungamento dei crani era dovuto al fatto che la testa dei neonati veniva compressa da lacci di cuoio che ne modificavano la forma fino ad allungarla in maniera anormale (foto). Il motivo di questa usanza che a volte portava alla morte degli stessi bambini, era legata ad una credenza di questo antico popolo. In varie iconografie dell’epoca, infatti si incontra un essere superiore, un dio, che sceso sulla Terra ha trasmesso la conoscenza agli uomini. Questo essere, rappresentato sempre molto alto rispetto agli altri uomini, era caratterizzato da un cranio molto allungato. Da qui per i Paracas la convinzione che la conoscenza e l’intelligenza dipendesse dalla forma della testa. Ma chi era questo essere dolicocefalo? Viene spontaneo pensare anche all’antico Egitto dove spesso appaiono figure dolicocefale e dove anche qui si praticavano le modificazioni delle ossa del cranio dei neonati. Ma anche nelle civiltà presumeriche esistevano rappresentazioni di divinità con i crani dolicocefali, molti infatti sono stati i ritrovamenti archeologici che attestano ciò. Per gli archeologi questo modo di intervenire sui crani dei neonati potrebbe spiegare la volontà della gente dell’epoca di un avvicinamento somatico con la divinità.
Qualcuno ipotizza, ma qui siamo nella fantascienza, che questi esseri erano i superstiti di qualche antica ed evoluta civiltà poi scomparsa per grandi catastrofi naturali.
Restando in tema di fantascienza, a Nazca i componenti della spedizione hanno avuto qualche dubbio scientifico rispetto alle soluzioni date dagli accademici e studiosi a tutta l’area archeologica. A parte le misteriose piste e i disegni che si vedono solo dall’alto, realizzati oltre 1000 anni fa, la spedizione si è chiesta come mai i media di tutto il mondo non abbiano mai notato un fatto interessante che potrebbe dare una spiegazione alle stesse linee o piste di Nazca. Partendo dalla costa pacifica e tracciando una retta fino all’altopiano dove si trovano per oltre 150 Km quadrati i disegni di Nazca, si incontrano in successione: il famoso candelabro, grossa incisione realizzata su una collina di arenaria che si vede a Km di distanza anche dal mare, “l’astronauta” che saluta (foto) un’altra imponente incisione su una collinetta che si vede dall’alto dell’aereo, e poi le piste e le linee con a fianco figure di animali, piante e uomini. Il grande candelabro alla fine si è capito che non era altro che un indicatore di rotta, poi “l’astronauta” che saluta forse rappresentava una sorta di benvenuto e subito dopo le linee, le piste e i disegni giganteschi. Disegni quest’ultimi invisibili da terra, ma visibili solo dall’aereo. E’ logico che qualche interrogativo possa sorgere nei visitatori o, come nel caso nostro, ad una spedizione scientifica più attenta.
L’ingente materiale raccolto dalla spedizione darà vita a ben 8 documentari di cui alcuni andranno in servizi televisivi della RAI e di altre importanti emittenti.

Filippo Mariani