STORIE VERE E LEGGENDE SULL’ISOLA DI PASQUA (2014)

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Accademia Kronos studia da circa venti anni le civiltà andine, quelle polinesiane e quella dell’Isola di Pasqua. Non solo su libri e nei musei si è spinta la ricerca, Accademia Kronos ha anche organizzato spedizioni in India, Messico, Perù e, infine, presso l’Isola di Pasqua. A questo punto gli studiosi di Accademia Kronos si sono fatti un’idea sui primi colonizzatori dell’Isola. Un’idea che si scosta da quella accettata ormai da gran parte degli archeologi occidentali che punta esclusivamente sui polinesiani come unici colonizzatori dell’isola.

DALLE LEGGENDE ALLE RIFLESSIONI SCIENTIFICHE
IL MITO DEL CONTINENTE SOMMERSO “MU”

Secondo appassionati e studiosi di miti e storie leggendarie, Mu era un grande continente in cui si sviluppò una raffinata civiltà, ma che fu sommerso oltre diecimila anni fa nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico a causa di un terrificante cataclisma. Forse Mu fu antecedente alla stessa Atlantide, anch’essa scomparsa nel fondo dell’oceano Atlantico per un altro cataclisma.
Molti di questi ricercatori e appassionati di storie mitiche ritengono che l’attuale Isola di Pasqua sia ciò che resta del continente Mu. L’isola è di appena 76 Kmq, vista dall’alto appare come un triangolo i cui vertici sono caratterizzati da tre crateri vulcanici spenti.
Nel 1969 uno tsunami scaraventò sulle coste dell’isola due teste di pietra vulcanica di circa un metro e mezzo di diametro. Risultarono subito molto più antiche delle statue Moai presenti sulla terraferma e le loro fattezze erano molto diverse da quelle dei Moai oggi conosciuti. Una di queste teste è conservata nel piccolo museo dell’isola.
Questi due reperti restituiti dall’oceano per alcuni starebbero a dimostrare che in fondo all’oceano esistono vestigia di una terra sprofondata come vuole il mito di Mu. Una leggenda locale dice che il grande Hotu Matùa, re dell’isola di Pasqua, sarebbe fuggito da un regno vicino sommerso dal mare. Secondo l’esploratore e studioso inglese James Churchward, fu dal continente Mu che si irradiò la conoscenza e la cultura in tutto il mondo. In tutto questo di scientificamente appurato è che durante l’ultima grande glaciazione, terminata circa 10.000 anni fa, il livello dei mari del pianeta era di 120 metri più basso. Terminata l’ultima glaciazione i mari si portarono sull’attuale livello e inevitabilmente molte isole e terre finirono sott’acqua. Imponenti costruzioni recentemente sono state scoperte a 40 metri di profondità al largo dell’India nord-occidentale, a diverse miglia dalla foce del fiume Indo, stessa cosa a 50 metri di profondità al largo delle coste giapponesi. Dimostrazione concreta di come l’innalzamento del livello dei mari abbia cancellato città e distrutto civiltà.

DUE IPOTESI CIRCA LA COLONIZZAZIONE DELL’ISOLA DI PASQUA

La prima e quella sostenuta dagli archeologi della Fondazione Ligabue e poi a seguire da altri archeologi sia cileni che europei. Questa teoria afferma che prima dell’anno 700 d.C., gruppi di polinesiani, dopo aver navigato per oltre 3.000 Km in pieno oceano Pacifico, sbarcarono su questa isola e li si fermarono per sempre. In realtà non ci sono testimonianze e documenti che dimostrino che successivamente questi polinesiani abbiano cercato di riprendere il mare, secondo la loro innata vocazione avventurosa.
Gli archeologi che attribuiscono l’unica colonizzazione dell’isola ai polinesiani, si avvalgono degli esami di laboratorio sul DNA eseguiti su alcuni scheletri scoperti in fosse poste nei pressi dei grandi Moai. Da questi esami è risultato che i resti ossei appartengono al ceppo polinesiano. Oltre a ciò questi archeologi hanno preso alla lettera un’antica storia polinesiana che parla di un popolo di navigatori delle isole Fiji della Nuova Guinea ( i Lapiti ) che un giorno (380 d.C.) decisero di colonizzare tutte le terre del Pacifico. Dopo varie peripezie, molti secoli più tardi, alcuni di questi, partendo dalle isole Tuatomu e guidati dal mitico Hotu Matùa, approdarono nella disabitata isola di Pasqua.

La seconda ipotesi invece indica come ceppo originario quello andino e in particolare quello del popolo Nazca (I Nazca realizzarono disegni e linee nel deserto peruano visibili solo dall’aereo). Per dimostrare questa tesi nel 1947 Thor Heyerdahl, archeologo e antropologo norvegese, con il Kontiki, una grande zattera costruita con legno di balsa e totora (giunco lacustre che cresce sul lago Titicaca), affrontò una attraversata di ben 6.920 Km sul Pacifico, partendo dalle coste del Perù e giungendo dopo 101 giorni di navigazione oltre l’isola di Pasqua, addirittura nelle isole Tuamotu. Heyerdahl si lanciò in questa rischiosa avventura perchè credeva fermamente ad alcune leggende preincaiche che narravano di un’antica usanza dei ”popoli della costa”. Una di queste racconta come venivano risolti i problemi di governo quando nascevano gemelli reali. Solo uno poteva regnare e allora i due fratelli dovevano sottostare a particolari prove rituali – magiche. Chi perdeva partiva con servi, donne e animali su grandi imbarcazioni verso le “ lontanissime isole felici”. A largo delle coste del Perù la corrente fredda di Humboldt e venti costanti trasportano direttamente, come ha dimostrato Thor Heyerdahl, qualsiasi cosa in grado di galleggiare fino alle lontane isole del Pacifico, isola di Pasqua compresa.
Un altro esploratore e antropologo, Eric De Bisshop, nel 1958 volle dimostrare come le popolazioni della costa del Perù fossero avvezze alla navigazione oceanica, frequentando anche le isole Marchesi e l’attuale Polinesia Francese. Partì da Papete a bordo di una grande zattera chiamata Tahiti-Nui, formata da 1300 grossi tronchi di bambù dell’isola Gambier. Giunse in Perù e al ritorno, vicino alla meta, un violento fortunale spinse l’imbarcazione sulle scogliere di Rakahanga, nei pressi delle isole Cook e lì il coraggioso esploratore morì.
A sostegno che non solo i polinesiani erano provetti marinai, sempre nel 1958 nei territori Nazca durante una campagna di scavi archeologici, a 2 metri di profondità venne alla luce una mummia paracas di oltre 2500 anni. Insieme agli arredi funebri fu trovato in perfetto stato di conservazione un modellino di 60 cm di lunghezza in legno di balsa che rappresentava una grande zattera con cabina e vela quadrata (il modello si trova nel museo archeologico di Paracas).
Oltre a ciò esistono altri elementi concreti che convaliderebbero la tesi del ceppo andino come prima presenza nell’isola. La prima cosa che lascia perplessi è la tecnica di costruzione degli Ahu ( piattaforme che sostengono i Moai). Questi hanno le mura esterne realizzate con pietre a contatto a secco e leggermente bugnate perfettamente combacianti tra di loro. Questo modo di costruzione è identico a quello andino, come si può vedere dalle foto, mentre non si riscontra in opere murarie polinesiane che sono molto più semplici.

Il basamento, detto Ahu, su cui venivano issati i Moai. Nel riquadro piccolo una porzione di mura incaiche a Cusco.
Altri esempi appartengono alla botanica: sull’isola di Pasqua, in particolare nell’unico grande lago vulcanico, crescono giunchi andini (Totora) caratteristici del Perù e dell’America del Sud e non delle isole polinesiane. Oltre a ciò sull’isola di Pasqua è presente la patata dolce, sconosciuta ai polinesiani di allora e invece comune nelle terre peruviane.
Ennio La Malfa responsabile dell’ultima spedizione nell’isola di Pasqua ha fatto una interessante scoperta. Le circa 650 statue di pietra, dette Moai, pongono i loro sguardi per un terzo verso l’interno dell’isola mentre le altre verso il mare ( soprattutto le statue isolate). I loro occhi puntano in tutte le direzioni ad eccezione di una, forse un luogo tabù. Gli occhi dei Moai non si rivolgono a nord- nord est. Tracciando una linea retta che parte da quest’area interdetta agli sguardi delle statue si giunge proprio alle coste del Perù. Coincidenza, o un netto segnale di lettura per gli uomini che si interrogano sulle origini del popolo dalle lunghe orecchie? Continuando con le analogie, le antiche popolazioni andine, soprattutto i guerrieri e i nobili, usavano appendere ai lobi delle proprie orecchie pesanti pendenti si da deformarli e allungarli. Avere le orecchie lunghe era segno di regalità. I moai sono caratterizzati da figure con orecchie molto allungate.
L’ammiraglio olandese Jacob Roggeveen il 6 aprile 1722, la settimana prima di Pasqua (per questo motivo la battezzò l’isola di Pasqua), scoprì l’isola che gli indigeni locali la chiamavano Rapa-Nui. Fu accolto con grande sospetto e curiosità, i locali pensavano di essere loro gli unici abitanti della Terra. L’ammiraglio Jacob scoprì che i pasquensi parlavano una sorta di polinesiano arcaico, così, grazie ad un interprete polinesiano che era sul suo vascello, poté iniziare a dialogare con gli isolani. Scoprì così che loro erano i sopravvissuti di una serie di guerre che avevano sterminato oltre il 70% della popolazione. – la guerra contro chi?- fu chiesto agli isolani, e loro risposero: – tra il popolo degli uomini dalle lunghe orecchie e quello con le orecchie corte come noi.- Che si sappia i polinesiani non usavano allungarsi le orecchie con pendenti pesanti come invece facevano le popolazioni incaiche e pre-incaiche.

Un altro importantissimo elemento da considerare è la traduzione (in parte) dei pittogrammi dei famosi “rongo-rongo” le tavolette scritte del popolo dei Moai. Rongo-rongo significa legni parlanti. Questa scoperta si deve a Steven Fisher, un linguista americano che insegna in una università della Nuova Zelanda. Dopo anni di studi e ricerche è riuscito a decifrarne una parte. Ebbene in queste tavolette si inneggia spesso ad un dio il cui nome è identico ad una antichissima divinità conosciuta dai popoli pre-incaici: Nazca e Paracas.
Ultimo elemento è la scoperta recente di alcune statuine del Tanga Manu, l’uomo uccello, gelosamente conservati per secoli dai pasquensi nelle grotte segrete dell’isola. Ebbene queste statuine di Tangata manu sono state riconosciute come appartenenti, nella forma e nell’ideazione, alla cultura incaica di Orongo.

CONCLUSIONI

Per la sezione Archeologica di Accademia Kronos pertanto la soluzione potrebbe essere la seguente: l’Isola subì più visite e colonizzazioni. La prima senz’altro dovrebbe essere quella degli uomini dalle lunghe orecchie, cioè i Nazca delle coste del Perù, intorno al 100 d.C. Successivamente arrivarono i Lapiti (i polinesiani). Quest’ultimi dopo aver convissuto pacificamente con i costruttori di Moai, alle prime avvisaglie della grande crisi ecologica dell’isola ( eccessiva espansione demografica, distruzione della risorsa foresta, scarsezza di cibo in genere), scatenarono una guerra che in poco tempo annientò definitivamente il popolo dalle lunghe orecchie. La vittoria degli ultimi arrivati fu possibile perché i Lapiti erano uomini di forte costituzione, mentre i costruttori di Moai, facendo i raffronti con i peruani attuali, erano di statura più piccola e meno robusti e quindi fisicamente meno forti.
Resta l’enigma del DNA degli scheletri rinvenuti che darebbe ragione all’unica presenza polinesiana nell’isola. E’ solo questo elemento che mette in dubbio la tesi di Accademia Kronos, tutti gli altri elementi sono a favore nostro. C’è comunque da dire che si sono fatti sporadici scavi e si è scavato in quello che sicuramente era una necropoli dei Lapiti. Bisogna ora cercare altri siti dove sono sepolti altri corpi, a quel punto se si troveranno DNA differenti, allora varrà definitivamente la nostra tesi. Infine gli scavi dovrebbero estendersi anche alle isole della Polinesia Francese dove anche lì sono venuti recentemente alla luce statue di pietra simili a quelle che si trovano tra la Bolivia e il Perù.
In questo modo potremmo scoprire che oltre ai polinesiani esistevano altri popoli di navigatori come, appunto, i Nazca.

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